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Villa Guastavillani - Bologna


Villa Guastavillani, già Opera Pia Cassoli Guastavillani (1927), acquisita dal Comune di Bologna (1992) ed ora dell’Università degli Studi, costituisce una delle più importanti testimonianze di villa del Cinquecento dell’edilizia bolognese. Committente dell’edificio, realizzato da Tommaso Martelli su progetti di Ottaviano Mascarino, con la collaborazione di Tommaso Laureti per l’impianto idrico, fu il cardinale Filippo Guastavillani.

 


Nipote di Gregorio XIII Boncompagni, figura di punta della controriforma, suggerì personalmente le modalità per l’architettura e le decorazioni pittoriche, ispirandosi all’iconografia dettata dal concilio di Trento che in Bologna ebbe numerose sedute. Eseguiti da un’équipe di artisti ancora ignoti, ribattezzati dalla critica “pittori di Filippo Guastavillani” e forse in parte di provenienza nordica, gli splendidi fregi della villa costituiscono un prontuario delle allegorie ricorrenti in quella cultura. Prospiciente la villa, la grande cisterna del Laureti per gli scherzi d’acqua nel giardino e nella grotta musiva, di complessa simbologia, realizzata da Francesco Guerra e Lazzaro Cassano. Il monumentale complesso è stato restaurato da Roberto Scannavini e Marcos Fiorillo.



Villa Malvezzi - Budrio



 

Il complesso, unicum architettonico tra le ville del bolognese denominato Borgo Nuovo di Bagnarola, si sviluppò attorno al Casino di caccia detto l’Aurelio (acquistato dai Malvezzi nel 1623) che rappresentava, assieme ai preziosi affreschi del Dentone e del Colonna e al raffinato giardino di delizie, la ricercata residenza estiva dei Malvezzi. È attorno a questo che, nelle prime decadi del XVIII Floriano e Matteo Malvezzi diedero inizio alla costruzione del cosiddetto “Floriano”, dai più considerato opera del architetto budriese Alfonso Torregiani.


Il grande edificio porticato a forma di ferro di cavallo racchiude la grande piazza stretta a nord ovest dagli edifici del borgo, dal teatro e dal Santuario di S. Anna, destinata sin dal suo sorgere ad accogliere una fiera annuale di bestiame, che qui si è svolta dal 1711 fino ai primi del ‘900.
Al 1814 risale invece l’ultimo grande intervento architettonico: la costruzione, su progetto di A. Venturoli, dell’imponente facciata neoclassica del versante sud e la nuova definizione dello spazio verde.
Il Borgo Nuovo si presenta oggi con i segni del tempo dati dalla guerra e dai cambiamenti socio economici che hanno radicalmente mutato il suo ruolo e la sua fisionomia nel territorio.

 



Villa Isolani alla Quaderna - Ozzano dell'Emilia



 

Non vi sono tracce dell’edificio originale, risultante al Catasto Boncompagni come Palazzo della famiglia Pasi, che giunse all’inizio dell’ottocento in proprietà ai Conti Tattini, esponenti della nuova aristocrazia napoleonica. Del resto il luogo è ben più pregno di significato dell’edificio che vi si trova inserito, tanto che ben meglio che di Parco della Villa occorre parlare di Villa del Parco; comunque l’edificio nasce su un impianto seicentesco di cui non si hanno resti, neppure in fondamenta o sotterranei che mancano all’odierna costruzione.


Il corpo centrale è di qualche interesse per le decorazioni neoclassiche in stile pompeiano di alcune stanze e per la proporzionatissima loggia passante, che prolungandosi con il lungo “cannocchiale” alberato di sensazionale dimensione dava una prospettiva illimitata al luogo, sia per chi vi giungeva che per chi attraversava l’edificio: dello scorcio originale se ne può oggi comunque godere una porzione significativa. L’aggiunta ottocentesca di due ali sproporziona la casa senza conferirle nulla di più di quanto l’architetto originale, un seguace del Venturoli, la aveva saputo dotare. È dunque il parco a dar significato al luogo e, negli ampi spazi a giardino e a bosco, si riconoscono le successive intenzioni dei proprietari, come le stratificazioni di un tempo non solo affidato allo sviluppo spontaneo della vegetazione, rilevantissima sotto il profilo botanico, ma anche al desiderio di creare un luogo dello spirito.


Alla fine dell’ottocento la moda prescriveva di trasformare i giardini delle ville in luoghi ricchi di elementi paesaggistici romantici. Il conte Angelo Tattini chiamò un esperto dalla Francia e la geometria del preesistente giardino alla bolognese si arricchì di macchie e di percorsi, di sorprese e di misteri. Oggi non si può che avere una attenzione rinnovata per l’unicità di questo luogo, che ha mantenuto tutte le caratteristiche del suo sviluppo storico ed economico, benché in gran parte in rovina: vi si riconoscono l’antico molino cinquecentesco, il borgo agrario , la piccola chiesa all’ingresso del parco, ma anche un magnifico pero secolare, viali di tigli e querce imponenti, esemplari rarissimi di gigantesche sequoie, una varietà di specie che costituisce di per sé un compendio di cultura e di intelligenza. Molto si deve al gusto e all’attenzione per questo luogo che gli eredi della proprietà, i Conti Cavazza Isolani, hanno saputo esercitare nel tempo. Il parco e gli edifici trasmettono intatti nella loro maestosa semplicità la musicalità e la forza corali di un tempo.

Anna Gianotti

 



Villa Baldissera - Pianoro



 

È Giona Cesare Baldisserra il creatore del Villaggio omonimo che sorge alto sulla strada della Futa tra il Monte Adone, il Monte Venere ed il Monte delle Formiche. Un idealista amante della natura, dell’arte e dell’amicizia, che investe il frutto del proprio lavoro di costruttore edile nella realizzazione di un luogo che nasceva senza muri di confine e senza cancelli. E a proseguire il lavoro di Giona è la figlia Lia che con amore e dedizione raccoglie l’eredità delle intenzioni paterne dando all’insediamento l’attuale conformazione. Il centro del Villaggio sono la casa e il parco, costruite utilizzando come modello il Giardino di Collodi, poiché anche questo doveva essere un luogo aperto al pubblico ricco di opere d’arte moderna della quale Baldisserra era grande estimatore.


Si contano infatti, sparse per il parco, ben quaranta statue di Quinto Ghermandi raffiguranti animali. In alto sorge la monumentale croce di ferro alta quindici metri, ricavata dai relitti del Rex, la Regia Nave Puglia con il motto fatto incidere da Giona: “Io ho quel che Dio mi ha dato”. Subito sotto il giardino detto “delle rose” con ben diecimila tipi diversi di questo fiore a circondare le tre grotte: la grotta di Giona, la grotta dell’arte e la grotta del vino. Nella grotta di Giona vi è una mensa a ciambella di marmo bianca, levigata circondata a semicerchio da un sedile di legno scuro; ad arricchire l’ambiente una ceramica di un giovane Pirro Cuniberti che già lasciava trasparire il gusto che sarà poi quello di una intera vita artistica.

 


Quindi la grotta dell’arte, con un drammatico bronzo di Ghermandi che rappresenta la nuova scultura che vuol venir fuori, la materia nuova. E tutt’intorno, sulle pareti, è dipinto un maremoto di Luciano De Vita, quasi l’arte antica che contrasta con la nuova. La grotta del vino infine, simbolo di agape fraterna, contenente oltre ad una importante collezione di vini, una statua che rappresenta Giona. Nella parte bassa del giardino sorge l’immensa fontana, con gli incredibili funghi centrali che servono da prendisole, in cima alla quale si erge una statua in bronzo della figlia Lia, con in braccio i suoi due figli Ombretta e Paolo.



Villa Boncompagni alla Cicogna - S. Lazzaro di Savena



 

Villa Boncompagni alla Cicogna apre la dorata stagione delle ville bolognesi che nel suo periodo aureo va dal 1578, anno di costruzione dell’edificio, a tutta la prima metà dell’Ottocento. La villa è considerata dalla critica uno degli ultimi progetti del celebre architetto Jacopo Barozzi detto il Vignola; committente fu Giacomo dei principi Boncompagni originari di Pizzocalvo, che nel XVI secolo erano già molto potenti e scrissero pagine importanti della storia italiana. Giacomo Boncompagni era figlio legittimato e perciò riconosciuto come tale, di Ugo Boncompagni, asceso al soglio pontificio nel 1572 con il nome di Gregorio XII , il riformatore del calendario, la cui statua dello scultore Menganti, troneggia sulla facciata di palazzo d’Accursio a Bologna.


Per i Boncompagni il Vignola aveva già progettato il palazzo di Bologna in via Dal Monte (1545) e quello di Vignola (Modena), di cui il principe Giacomo aveva acquisito il marchesato nel 1577 dallo stesso duca di Modena. Il progetto della villa in realtà non fu finit , non tanto per la morte dell’architetto, avvenuta nel 1573, ma più veridicamente perché gli interessi del committente si spostarono verso il centro Italia e soprattutto verso Roma, dove, divenuto duca di Sora e di Arce, si trasferì a fine secolo. L’edificio passò poi ai principi Colonna e da questi per matrimonio ai Pepoli. Nel 1743 Sicinio Pepoli ne commissionò la decorazione, quaranta tempere a parete entro cornici in stucco, al paesaggista Carlo Lodi e al figurista Antonio Rossi con i quali collaborarono Giuseppe Busatti e, per le prospettive e le rovine, Tertulliano Tarroni, all’epoca i protagonisti di quel genere di paesaggio, che a Bologna espresse scene d’arcadia con le quali la natura faceva il proprio ingresso nei palazzi ma soprattutto nelle ville suburbane. Le tempere di villa Boncompagni alla Cicogna, in origine una quarantina, vennero poi staccate ed in parte disperse. Una perdita molto grave, in quanto il complesso omogeneo delle tele costituiva nel proprio insieme un’antologica unica e irripetibile della pittura bolognese del Settecento. I soggetti, suggeriti come nella prassi dal committente, riguardano tre argomenti: la storia biblica con le Storie di Mosè; il mito, con la Storia di Telemaco ispirata al Télémaque di Fénelon, che doveva trovarsi nella biblioteca del conte; la storia, raccontata in episodi ricondotti all’Acquartieramento delle truppe di Giuseppe I agli Alemanni, nel 1708, ma più probabilmente riferibili ad episodi della Guerra di successione austro spagnola, attuali nel 1743 e per di più vissuti in prima persona dal committente il quale, consigliere di Stato di Carlo VI d’Asburgo, apparteneva alla nobiltà bolognese legata all’impero insieme ai Marsili, ai Capra ed in seguito ai Pallavicini. Nel 1920 la villa fu acquistata dall’industriale Gaetano Barbieri; negli anni ’80 passò alla società Villa Cicogna che affidò l’integrazione delle tempere mancanti al pittore Dalla Volpe.

Elisabetta Landi



Villa Dolfi Ratta - S. Lazzaro di Savena


E’ assurdo chiamare Bosdari questa villa oggi: chi la volle furono i Parati, chi la migliorò furono i Ratta e chi infine l’ha di recente salvata dal degrado sono i Marzaduri. Per visitare la villa il primo passo non va compiuto uscendo dalla via Emilia, ma varcando la soglia della chiesa della Misericordia a Bologna, dove in un dipinto attribuito al pittore Bartolomeo Ramenghi si possono individuare le fattezze originali dell’edificio così come lo volle il pavese Parati dopo il 1520.

 


In distanza l’edificio appare come una scenografia cinquecentesca con due piccole torri di guardia, in origine collegate da mura merlate. Queste, sopravanzando i lati del corpo di fabbrica centrale come quinte teatrali creano un suggestivo colpo d’occhio; l’effetto trova la sua probabile ragione scenica dalla distanza della villa, posta a mille passi dalla via Emilia, dalla quale doveva comparire con una sorprendente suggestione di magnificenza. Il vasto parco della villa tutto a piante secolari, oltre ad alcune sorprese come un esemplare di antica ghiacciaia, riserva il sottile piacere di evocare, traendoli dalla memoria di un tempo passato sopito nel luogo, le note e il brusio di mille ricevimenti e feste musicali: la marchesa Maria Dolfi Ratta nel 1730 trasformò questa residenza di campagna in un salotto frequentato dalla migliore elite intellettuale bolognese conferendole quell’aspetto architettonico che, possiamo ammirare ai nostri giorni. La marchesa volle infatti le mura di cinta demolite e la cappella di famiglia trasferita dalla torretta est al piano terra dell’edificio principale. Coerente al lascito ideale dei successivi proprietari che, attraverso i guasti dell’ultima guerra, seppero conservarla fino alla fortunata cessione agli attuali, ci pare restituire a queste stanze alcuni momenti di raffinata convivialità musicale.

Anna Gianotti



Villa Griffone - Sasso Marconi



 

Villa Griffone, così chiamata perché costruita dalla famiglia bolognese Griffoni nel XVII secolo su disegno del Fantuzzi, rivela la semplice volumetria della villa seicentesca. L’intervento successivo avvenne nel corso dell’Ottocento sotto l’egida della nuova proprietà, la famiglia Patuzzi, che provvide alla costruzione delle ali e del timpano esemplificando ulteriormente le sobrie linee della costruzione precedente. Nella seconda metà dell’800 fu residenza della Famiglia Marconi ed ospitò i primi celebri esperimenti di telegrafia senza fili del genio bolognese effettuati nel 1895.


Il giovane aspirante inventore vi allestì un laboratorio nel quale si dedicò fin da ragazzino (era nato nel 1874) alla sua passione per l’elettrotecnica: la soffitta, nota con il nome di “stanza dei bachi” è oggi il luogo più suggestivo del Museo, dedicato alla nascita e agli sviluppi delle radiocomunicazioni. Assai danneggiata da eventi bellici, specie all’interno, la villa è stata restaurata dall’ingegner B. Mario Baldini e dall’architetto Ferdinando Forlay. Tra la villa e la strada è oggi il mausoleo ove riposa il grande scienziato. Villa Griffone è dal 1938 sede della Fondazione Guglielmo Marconi ed ospita il Museo Marconi, dedicato alle origini e agli sviluppi delle radiocomunicazioni.



Villa Edvige Garagnani - Zola Predosa


Villa Edvige Garagnani, di proprietà comunale dal 1971, è stata oggetto di un restauro filologico che si è concluso nel 2004. Fu costruita probabilmente nella seconda metà del ‘700. E' un esempio di dimora borghese per la villeggiatura ed è caratterizzata da una loggia passante. All'interno vi sono affreschi alla boschereccia attribuiti al Basoli, mentre tra gli elementi rimasti dell'antico giardino vi sono alcuni alberi di notevoli dimensioni come il Cedrus Deodara antistante la Villa e la finta grotta nella parte posteriore. La Villa ospiterà nel 2006 una mostra su Angelo Venturoli e l’architettura di villa nel bolognese tra Sette e Ottocento, mentre al termine della mostra essa diventerà sede del “Centro di documentazione sulle Ville bolognesi in età neoclassica”. Troveranno spazio anche un’esposizione permanente sugli “antichi mestieri”, con materiali e testimonianze storiche ed un percorso storico sul passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, con materiali e testimonianze relative alle industrie Maccaferri-Andina.